"Maybe it was a side effect of drawing on the most creative part of rock's history for influences but this album keeps you interested right through to the end. Music as it used to be done. This album shows Les Trois Tetons as a band of many classic rock influences but it also shows them as top class musicians." 

( the Bluesbunny )


"Il suono slabbrato, elettrico, caldo, polveroso e ipnotico al punto giusto dimostra che hanno imparato bene la lezione degli Stones."

( Il Secolo XIX )


"Chiunque abbia assistito a un loro concerto sa cosa significa lo spirito selvaggio dei seventies rivisto dai Tetons e nessuno resiste mai nel ballare. Gli Stones nel cuore e Chuck Berry nel sangue, un concerto dei Tetons è un'esperienza esaltante. Poi, in studio di registrazione abbandonano le follie del live scatenato e sfoggiano il loro lato più articolato: così con "A Pack Of Lies" declinano la loro idea di rock che è totalmente intrisa nelle radici del blues, della psichedelia, lasciando totalmente fuori l'hard e ogni contaminazione di tutto ciò che è considerato rock dall' 80 in poi. Una convinzione di molti, che dà i suoi frutti in mille sfaccettature di suono."

( Rockerilla )


"L’album si ascolta piacevolmente nella sua alternanza di arpeggi e motivi acustici, interrotti dal sapore crudo della chitarra distorta e da prepotenti ritorni al rock’n’roll… siamo di fronte ad un gruppo cui l’esperienza certamente non manca, così come l’impostazione decisamente blues e la grinta necessaria a far saltare una platea."

( Impatto Sonoro )


"Se la preparazione strumentale non era in discussione fin dall'inizio, ciò che colpisce questa volta favorevolmente è l'ottimo gioco di incastri fra ritmi e parole, testi in inglese semplici ma a loro modo suggestivi e dritti al cuore del loro rock'nroll, Il loro è un guitar rock che odora piuttosto di Stones "maledetti", un punto di riferimento inequivocabile. I miglioramenti risiedono tutti nella capacità di essersi distaccati da un semplice clichè, mettendo in mostra soluzioni e arrangiamenti più fantasiosi e personali."

( Rootshighway )


"Ci sono gruppi che riescono a catturare quelle sensazioni che stanno alla base del rock puro e semplice, che riescono a trasmetterle con arrangiamenti curati e con suoni dall’ immediatezza tale da di catapultarti subito in un’altra epoca : come ad esempio i Les Trois Tetons con il loro A Pack of Lies."

( Genovatune )


"Il disco è davvero sorprendente, le canzoni sono ispirate ed azzeccate e la band mostra passione ed esperienza. Il rock proposto dal combo miscela sapientemente boogie, roots rock, rock n'roll e negli episodi più intimisti ed introspettivi anche un certo stile cantautoriale d'oltreoceano alla Tom Waits e simili."

( Loudvision )


"Sono una band sanguigna e trascinante, che ama il rock-blues genuino, quello fatto di divertimento e sudore: il loro A Pack Of Lies merita di essere ascoltato."

Fabio Treves ( JAM )

 

LES TROIS TETONS - A PACK OF LIES

La band non è francese ma è in realtà nata a Genova nel lontano 1991 e non conta tre musicisti, ma cinque e più precisamente: Zac (vocals, guitars, hard), Barbon (guitars, slide), Icarus (bass, guitars), Guido (drums), Gian (saxophone). "A pack of lies" è composto da 11 brani che ci riportano ai tempi d'oro del rock 'n roll, nei lontani ma sempre apprezzatissimi anni '70. Ad apertura dell'album è "Disappear", sicuramente il pezzo più forte di tutto il cd. Ritmo incalzante di basso e batteria e begli assoli di chitarra rendono l'atmosfera davvero coinvolgente. Il pezzo viene poi riproposto come penultima traccia in versione acustica, che risulta essere una versione ben fatta e ben riuscita, però rispetto alla prima perde la grinta e lo spirito rock che sicuramente le fa fare il salto di qualità. Con il secondo brano, "Long tall mama", ci si dirige più verso il genere blues. Ma si torna subito nel cuore degli anni '70 con il pezzo successivo, "Spy". "Spy" è sicuramente uno dei brani che più risente dell'influsso della musica dei Rolling Stones. È una ballata rock 'n roll tutta da gustare e da ballare. "Useful servant", quarto brano dell'album, è interamente giocato su una base incalzante di batteria e su chitarre distorte che vi si alternano di sopra. Innegabile è anche l'influsso di Bob Dylan. Brano successivo è "Roses from the bridge" è una ballata rock semplici ma non per questo non d'effetto. Davvero interessante la parte finale del brano con il suono dell'armonica tra i cori angelici che lo circondano.

"Thirteen feet under the ground" è sicuramente uno dei pezzi più interessanti dell'album. Ci riporta nell'atmosfera country-rock degli Stati Uniti degli anni '70. L'influsso degli Stones e di Dylan si può sentire facilmente.

La scaletta cambia marcia con il pezzo successivo, "Runaway", un rock 'n roll più veloce ed allegro rispetto ai brani precedenti. "Surrender to the joy" è una ballata malinconica di chitarra acustica ed assoli di chitarra elettrica. Davvero interessante è il gioco di sovrapposizione delle voci, che rende il pezzo ancora più d'atmosfera e credibile.

"Cherry red" è un brano che poco c'entra con il genere finora ascoltato, un pezzo che si avvicina al jazz ed allo swing soprattutto grazie alla melodia creata dal sax.

La canzone che chiude l'album è "Can't be trusted". È un pezzo lento e rilassante, un pezzo molto semplice a due chitarre e qualche colpo di batteria ogni tanto.

Per gli appassionati del rock e del blues degli anni '70, ma anche per gli appassionati dei mitici Rolling Stones, questo è sicuramente un disco tutto da ascoltare, da gustare e da ballare. Gli anni '70 non sono definitivamente scomparsi dalla scena musicale attuale e ci sono Les Trois Tetons a ricordarcelo.

Diego Bonomo

LES TROIS TETONS - A PACK OF LIES

E sulla buona strada sembrano indirizzarsi anche Le Trois Tetons, bizzarro nome di un quintetto che si cela dietro misteriosi nickname (la voce e le chitarre di Zac, la solista di Barbon, il basso di Icarus, la batteria di Guido e il sax aggiunto di Gian), i quali, grazie all'uscita del secondo episodio A Pack of Lies, sterzano decisamente rispetto alle indecisioni del loro esordio, già commentato su queste pagine. Se la preparazione strumentale non era in discussione fin dall'inizio, ciò che colpisce questa volta favorevolmente è l'ottimo gioco di incastri fra ritmi e parole, testi in inglese semplici ma a loro modo suggestivi e dritti al cuore del loro rock'nroll.

Quest'ultimo si mostra in tutte le sue sfumature "settatesche", con un suono per la maggior parte scarno, chitarristico mai sopra le righe o eccessivamente sbilanciato verso un'epopea hard rock: anche le trame più scure della rocciosa Disappear riescono infatti a vivere di contrasti fra accelerazioni, slide guitar e buona cura delle parti vocali. Il loro è un guitar rock che odora piuttosto di Stones "maledetti", un punto di riferimento inequivocabile nella torbida Useful Sevants e fra le ombre sudiste di Thirteen Feet under The Ground, bilanciato a dovere fra acustico ed elettrico. I miglioramenti risiedono tutti nella capacità di essersi distaccati da un semplice clichè, mettendo in mostra soluzioni e arrangiamenti più fantasiosi e personali, che con una direzione produttiva accurata e qualche aggiustamento di rotta potrebbero dare ulteriori soddisfazioni.

La scaletta non è necessariamente tutta riuscita, resta comunque generosa e in grado di imprimere un interessante cambio di marcia nella seconda parte di A Pack of Lies, cominciando dalla sinuosa Runaway, passando per il sax di una Cherry Red che ha il passo sexy di alcune rock'n'roll band di New Orleans (Subdudes e Iguanas ad esempio) e arrivando alla inusuale carezza jazzy della conclusiva Can't Be Trusted.

Fabio Cerbone

Rootshighway.it

LES TROIS TETONS - A PACK OF LIES

A Pack of Lies è il nuovo album (autoprodotto) dei liguri Les Trois Tetons, il quarto della loro lunga carriera iniziata nel 1991, ma solo il secondo registrato in studio.

I cinque genovesi in questione sono: Zac (vocals, guitars, hard), Barbon (guitars, slide), Icarus (bass, guitars), Guido (drums), Gian (saxophone). Si tratta di una band che naviga nel rock a 360 gradi, passando da brani di forte matrice '70 a ballate folkeggianti, sotto l'eco degli Stones e Bob Dylan. Spesso non manca quel tocco di Hammond come volerci ricordare che gli anni '60 forse non sono mai spariti del tutto dal rock attuale.

Il disco si apre con le distorsioni di Disappear su un semplice ma accattivante giro d basso: siamo di fronte alla forma più pura e semplice di ciò che la rockband è in grado di fare.. ma è solo l'antipasto. Con Long Tall Mama si rallenta il ritmo, ma gli anni '70 tornano con Spy… è impossibile rimaner fermi! L'influenza Stones è notevole, soprattutto nella quinta traccia, Roses from the Bridge, e nella successiva Thirteen feet Under the Ground, caratterizzata da uno "slide" che ci porta ad atmosfere quasi country.

L'album si ascolta piacevolmente nella sua alternanza di arpeggi e motivi acustici, interrotti dal sapore crudo della chitarra distorta e da prepotenti ritorni al rock'n'roll. Nonostante non ci sia mai una banale ripetitività, vi è una sorta di filo conduttore che lega le prime otto tracce. Tutto ciò s'interrompe bruscamente quando i "nostri" ci propongono lo swing di Cherry Red. Siamo decisamente fuori dal genere fin ora ascoltato. Seppur intrigante come variante, è decisamente un notevole azzardo inserire brani del genere in una scaletta marcatamente rock-blues e, se la cosa vi abbia scosso troppo, sappiate che si tratta solo di un evento isolato.

Ah, ricordate Disappear? Bravi, è la prima traccia. Ecco, pare sia piaciuta davvero tanto alla band, tanto da proporci anche Disappeared, la sua versione acustica.

Infine, l'album si chiude con un lento, Can't be Trusetd... piacevole e rilassante.

Beh… siamo di fronte ad un gruppo cui l'esperienza certamente non manca, così come l'impostazione decisamente blues e la grinta necessaria a far saltare una platea. La loro natura "seventies" in ogni caso è una garanzia, un marchio di fabbrica che contraddistingue il sound e l'anima de Le Trois Tetons.

Michele Massa

Impattosonoro.it

LES TROIS TETONS - SWEET DANCE

Difficile dire di loro. Non voglio certo passare per le solite manfrine "bravi, esperti ecc ecc". Giunti ad un certo numero di recensioni queste cose vengono decisamente a noia a chi scrive, figuriamoci al gruppo (in giro da che io avevo 7 anni). Della musica questa volta voglio parlare ma, diamine, a modo mio: sorseggerò con rude gaiezza la mia birra e mi farò scarrozzare dalle note del dischetto, invero decisamente orientato più su atmosfere dilatate e, per così dire, da viaggio.

Les Trois Tetons (nome coraggioso in quel di Genova, mi permettano di farlo notare) suonano rock, ma di quello che non sai mai se dirlo rock o chissà cosa, sempre sul filo del rasoio tra il sud degli Stati Uniti, Tom Waits e le tendenze europee del pianoforte. Di sicuro ai sei musicisti piace variare, questo è chiaro: lasciate a casa le briglie del genere prescelto, spaziano di continuo tra atmosfere solari ed atmosfere tormentate, da note che sanno di nicotina e caffè (Sweet Dancer, In my House) ad altre che respirano di spazi aperti (Lullaby, As I Walked Out).

Fa capolino il blues qui e là, talvolta smaccatamente, talvolta (raramente) in maniera più sottesa, mai tuttavia sarà la sua intrusione quella dell'ospite inatteso, anche nelle composizioni meno tracciate di stelle e strisce. Ha spazio il boogie, l'amore per il suono anni ‘60, ricco di hammond, ma anche amore per il suono ‘70, per Tom Waits, privato della farragginosità che ultimamente lo contraddistingue, e per i Rolling Stones.

Il gruppo non fa segreto delle influenze più o meno evidenti che contaminano il suono Trois Tetons, non volendo la proposta essere di carattere innovativo. Se mi si permette una presunzione, lo scopo è, in questo caso omaggiare la musica che il musicista ama. In questo la band esce vincitrice, proponendo un suono che non racconta nessuna storia mai sentita, ma la cosa non interessa a nessuno: ascoltatori, come musicisti, compresi. Promossissimi, senza dubbio.

Alexander Giorgino

Genovatune.it

LES TROIS TETONS, INCENDIO ROCK A PONENTE

La band di Varazze è attiva dal 1992. 'A pack of lies' è il loro ultimo album, tra echi di Springsteen e degli Stones.

Se da qualche parte, lassù nel cielo, arde un fuoco rock perpetuo, officiato dal Re Elvis in persona, qualche lapillo deve essere caduto dalle nostre parti e avere sviluppato prima una fiammella e quindi un vivace braciere. L’incendio è scoppiato in un luogo davvero inaspettato, la turistica Varazze, e ha come autori dolosi i Les Trois Tetons, gruppo locale attivo dal 1992 come band dedita al rhythm’n blues e giunto oggi ad una maturità rockistica trasversale davvero invidiabile.

Non sono tre, ma cinque (nella classica formazione con aggiunta di sassofono), né tanto meno tetons, ed hanno all’attivo quattro cd autoprodotti, di cui l’ultimo, A pack of lies è cosa recente (del 2008) ed è il secondo di pezzi originali.

In giro da tempo nei locali liguri e in zone di confine limitrofe, li ho scoperti, al Downtown Music Fest di Varazze qualche settimana fa, dove il loro live ha tenuto banco per oltre due ore, catalizzando l’attenzione di arrossati bagnanti, curiosi e aficionados, per concludere poi la serata in gloria assoldati ai cori di Brown Sugar dai veterani inglesi Nine Below Zero, redivivi alfieri blues e star della manifestazione. Avrete intuito che siamo in territori rock classici, con ispirazioni e cover da Rolling Stones, Little Feat, The Band, Van Morrison e Tom Waits, e spettacoli dal vivo che debordano verso durate degne di Springsteen. Due chitarre (affilatissima quella di Barbon), sezione ritmica rocciosa con Guido e Alberto, un sassofono (di Gianmario) a ricamare quel tanto di melodia che serve, ed un front man (Zac) che non lesina pose ed atteggiamenti da vera rockstar, potendo contare su voce, armonica, chitarra e… fisico all’altezza della situazione.

Lo show si basa su un diluvio di cover – oltre 100 quelle in repertorio, alternate a brani composti dai Tetons che - pur pagando la distanza da Memphis, Londra o il New Jersey - sono un buon esempio di rock ponentino che non sfigura accanto ai blasonati titoli in repertorio.

C’è anche una tetoniade, una lunga storia che narra origini e sviluppi del gruppo fino a qualche anno fa, sul loro sito www.3tetons.it, dove è possibile avere anche un assaggio del loro tiro diretto ed essenziale. Ma incontrarli dal vivo, magari per caso, da qualche parte in giro per la Liguria , sarà il modo migliore per fare la loro conoscenza.

Andrea Baroni

Mentelocale.it

LES TROIS TETONS - A PACK OF LIES

Beginnend mit dem frischen Rocksong Disappear zeigt das Quintett erfrischenden Rock 'n' Roll in all seinen Facetten. Mitreißende Dynamik, ein zum Tanzen einladender Groove und die unüberhörbare Spielfreude lassen den Funken auf Anhieb überspringen. Les Trois Tetons spielen nicht auf Halten, sondern auf Sieg: Sie sind eine nicht versiegende Quelle von Melodien, die dem Zuhörer noch lange als Ohrwurm erhalten bleiben. Die Lieder sind allesamt mit Hingabe arrangiert, sie strotzen vor Phantasie und rhythmischen Variationen. Und alle elf Songs bilden eine schöne Geschichtensammlung, die sich zu einem stimmigen Gesamtbild zusammenfügt.

Leider ist der Spaß nach 37 Minuten schon vorbei. Man kann sich jedoch leicht Abhilfe schaffen und die Wiedergabe einfach erneut starten. A Pack Of Lies ist ein Album, das viel zu schade dafür ist, nur im Hintergrund gehört zu werden. Die Ideendichte verlangt geradezu die Aufmerksamkeit des Zuhörers und belohnt diese prompt durch reinsten Hörgenuß. Auch nach mehrmaligem Hören findet man immer noch neue Aspekte.

Fetzig-rockig geht es nicht nur in Disappear her, das uns an vorletzter Stelle noch einmal in einer Unpluggedversion begegnet, sondern auch im klassischen Bluesrocker Spy. Runaway vereint einen treibenden Beat mit einer locker-verspielten Gitarre und einer aufregenden Baßlinie im Mittelteil. Es entfacht genauso eine spannende Atmosphäre wie Thirteen Feet Under The Ground, das zunächst ganz leise mit einer gezupften Konzertgitarre beginnt und nach und nach seinen endgültigen Schwung erreicht. Durch die Hereinnahme des Saxophons erscheint Cherry Red mit der jazzigen Anmut einer Filmmusik für Krimis. Can't Be Trusted rundet das Werk in ruhiger Gute Nacht-Manier ab.

A Pack Of Lies mag nur ein geballter Haufen Lügen sein; er gehört aber zu den überzeugendsten Rockscheiben, die ich in letzter Zeit gehört habe. Das hier ist handgemachte Musik, die sich wohltuend vom üblichen Malen-nach-Zahlen abhebt. Und das ist die Wahrheit.

Frank Domnowski