Ancora all’insegna dell’autoproduzione, nel personale studio mobile della band, i liguri Le Trois Tetons approdano al terzo lavoro confermando la cifra stilistica che il precedente A Pack of Lies ci aveva segnalato. La formula mantiene dunque quello strato di “sporcizia” e sonorità d’istinto che contraddistingue l’ispirazione del gruppo, chiaramente legato ad un rock’n’roll dalla matrice “settantesca”, con sentori blues e qualche seduzione psichedelica. I Rolling Stones vengono naturalmente citati come stelle polari, anche dagli stessi Le Trois Tetons, ma navighiamo in fondo in un grande mare di suggestioni che ripercorrono la strada maestra del genere, dai sixties in poi: The Ghost of My mother, con un’armonica ad intrecciarsi con gli accordi bluesy delle chitarre, richiama persino passaggi degni del suono alcolico dei Green on red, Beaujolais and Sufferings si apre con un pulsante basso dalla trame new wave trasformandosi in un’ariosa ballata rock, mentre episodi quali Waiting e No Scars puntano decisamente alla radice rock blues, quasi un omaggio al pub rock inglese dei tempi gloriosi. I tentativi più coraggiosi, seppure non tutti pienamente riusciti, di Dangereyes, arrivano nella coda finale, tra la voce filtrata e l’ambientazione tipicamente psichedelica evocata da Nightlife (Followed by Shadows) ma soprattuto con il frutto migliore del disco, Don’t Trust the Mirror, trame elettro-acustiche e una palpabile tensione. Fuori da qualsiasi gioco delle mode, outsiders per vocazione sin dal curioso nome, il pur grezzo suono de Le Trois Tetons non si regge certo per la sua originalità, ma per il retaggio di storia e passione che riesce a evocare.
Fabio Cerbone