LES TROIS TETONS – A PACK OF LIES

E sulla buona strada sembrano indirizzarsi anche Le Trois Tetons, bizzarro nome di un quintetto che si cela dietro misteriosi nickname (la voce e le chitarre di Zac, la solista di Barbon, il basso di Icarus, la batteria di Guido e il sax aggiunto di Gian), i quali, grazie all’uscita del secondo episodio A Pack of Lies, sterzano decisamente rispetto alle indecisioni del loro esordio, già commentato su queste pagine. Se la preparazione strumentale non era in discussione fin dall’inizio, ciò che colpisce questa volta favorevolmente è l’ottimo gioco di incastri fra ritmi e parole, testi in inglese semplici ma a loro modo suggestivi e dritti al cuore del loro rock’nroll.

Quest’ultimo si mostra in tutte le sue sfumature “settatesche”, con un suono per la maggior parte scarno, chitarristico mai sopra le righe o eccessivamente sbilanciato verso un’epopea hard rock: anche le trame più scure della rocciosa Disappear riescono infatti a vivere di contrasti fra accelerazioni, slide guitar e buona cura delle parti vocali. Il loro è un guitar rock che odora piuttosto di Stones “maledetti”, un punto di riferimento inequivocabile nella torbida Useful Sevants e fra le ombre sudiste di Thirteen Feet under The Ground, bilanciato a dovere fra acustico ed elettrico. I miglioramenti risiedono tutti nella capacità di essersi distaccati da un semplice clichè, mettendo in mostra soluzioni e arrangiamenti più fantasiosi e personali, che con una direzione produttiva accurata e qualche aggiustamento di rotta potrebbero dare ulteriori soddisfazioni.

La scaletta non è necessariamente tutta riuscita, resta comunque generosa e in grado di imprimere un interessante cambio di marcia nella seconda parte di A Pack of Lies, cominciando dalla sinuosa Runaway, passando per il sax di una Cherry Red che ha il passo sexy di alcune rock’n’roll band di New Orleans (Subdudes e Iguanas ad esempio) e arrivando alla inusuale carezza jazzy della conclusiva Can’t Be Trusted.

Fabio Cerbone

Rootshighway.it