La band non è francese ma è in realtà nata a Genova nel lontano 1991 e non conta tre musicisti, ma cinque e più precisamente: Zac (vocals, guitars, hard), Barbon (guitars, slide), Icarus (bass, guitars), Guido (drums), Gian (saxophone). “A pack of lies” è composto da 11 brani che ci riportano ai tempi d’oro del rock ‘n roll, nei lontani ma sempre apprezzatissimi anni ’70. Ad apertura dell’album è “Disappear”, sicuramente il pezzo più forte di tutto il cd. Ritmo incalzante di basso e batteria e begli assoli di chitarra rendono l’atmosfera davvero coinvolgente. Il pezzo viene poi riproposto come penultima traccia in versione acustica, che risulta essere una versione ben fatta e ben riuscita, però rispetto alla prima perde la grinta e lo spirito rock che sicuramente le fa fare il salto di qualità. Con il secondo brano, “Long tall mama”, ci si dirige più verso il genere blues. Ma si torna subito nel cuore degli anni ’70 con il pezzo successivo, “Spy”. “Spy” è sicuramente uno dei brani che più risente dell’influsso della musica dei Rolling Stones. È una ballata rock ‘n roll tutta da gustare e da ballare. “Useful servant”, quarto brano dell’album, è interamente giocato su una base incalzante di batteria e su chitarre distorte che vi si alternano di sopra. Innegabile è anche l’influsso di Bob Dylan. Brano successivo è “Roses from the bridge” è una ballata rock semplici ma non per questo non d’effetto. Davvero interessante la parte finale del brano con il suono dell’armonica tra i cori angelici che lo circondano.
“Thirteen feet under the ground” è sicuramente uno dei pezzi più interessanti dell’album. Ci riporta nell’atmosfera country-rock degli Stati Uniti degli anni ’70. L’influsso degli Stones e di Dylan si può sentire facilmente.
La scaletta cambia marcia con il pezzo successivo, “Runaway”, un rock ‘n roll più veloce ed allegro rispetto ai brani precedenti. “Surrender to the joy” è una ballata malinconica di chitarra acustica ed assoli di chitarra elettrica. Davvero interessante è il gioco di sovrapposizione delle voci, che rende il pezzo ancora più d’atmosfera e credibile.
“Cherry red” è un brano che poco c’entra con il genere finora ascoltato, un pezzo che si avvicina al jazz ed allo swing soprattutto grazie alla melodia creata dal sax.
La canzone che chiude l’album è “Can’t be trusted”. È un pezzo lento e rilassante, un pezzo molto semplice a due chitarre e qualche colpo di batteria ogni tanto.
Per gli appassionati del rock e del blues degli anni ’70, ma anche per gli appassionati dei mitici Rolling Stones, questo è sicuramente un disco tutto da ascoltare, da gustare e da ballare. Gli anni ’70 non sono definitivamente scomparsi dalla scena musicale attuale e ci sono Les Trois Tetons a ricordarcelo.
Diego Bonomo